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Una riflessione su "L'ABISSO" di Davide Enia

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KABAKO: L’ABISSO¹

 

                                              Il mio nome è Tungandén. Tungandén in bambara vuol dire avventuriero. Io sono Tungandén, l’avventuriero, ma sono anche Massa Sabari Sibiri che vuol dire “grande speranza”, Rei “colui che perdona”, Djiguiba “colui su cui riposa la speranza di tutta la famiglia o anche di tutta la comunità o anche del padre e della madre o anche del padre e della madre che non hanno potuto avere figli per molto tempo”. Io sono Moussa, Mohamed, sono Boubacar, Sadat, sono Stanley. Io sono tanti. L’altra sera sono andato a teatro nella città dove abito adesso. Anche le città hanno tanti nomi. La città di adesso si chiama Palermo. Dove abitavo prima, gli spettacoli non duravano mai più di quindici minuti. Dove abitavo prima, gli spettacoli servono per fare pubblicità ai prodotti che si usano ogni giorno e sono sponsorizzati dalle aziende o dalle marche dei prodotti a cui devono fare pubblicità, per questo non durano troppo. Lo spettacolo che ho visto a Palermo è durato un’ora. Il suo nome è “L’abisso”. Abisso in bambara si dice kabako. Kabako parla della gente che aiuta la gente ad arrivare dal mare. Parla anche di un padre e del figlio che conta il silenzio del padre. Io rispetto questo lavoro per l’idea di andare a prendere le testimonianze di quelli che sono in prima linea sul fronte della battaglia contro l’Angelo della Morte. I volontari. Gli uomini della Croce Rossa. Ma quello che voglio dire è che secondo me questo lavoro potrebbe portare a lavorare su molti altri lavori, con molti altri potagonisti, perché tutti quelli che ci sono dall’altro lato dell’Angelo della Morte non sono uno, sono tanti. Perché tutti quelli che ci sono dietro la parola “immigrazione” sono più di uno. Dall’autista del primo Pick Up per attraversare il Deserto, al commerciante di bidoni dove nascondersi per riuscire a scappare ad Agadez, dal soldato alla Frontiera di “Madama”, all’ex Marinaio fedele alla Morte, a Qathafi, Gadafì, Gheddafi. Non sono uno. Sono tanti. Tutti cercano di fare più soldi. Kabako è solo un pezzo. Kabako è solo il punto di vista di uno dentro una cosa che riguarda più di uno. Se tu mi chiedi come mi sono sentito alla fine dello spettacolo, io ti rispondo che mi sono sentito solo. Se tu mi chiedi come mi sono sentito in mezzo a tutti che battevano le mani, io ti rispondo che mi sono sentito piccolo e timido. Io mi chiamo TUNGANDÉN che in bambara vuol dire “l’avventuriero”. L’altra sera sono andato a teatro in questa città in Sicilia dove abito adesso. Ho visto un pezzo di qualcosa che riguarda più di uno. Oggi mi sento buttato fuori dalle mie idee. Perché arrivando qua mi pensavo in sicurezza , perché arrivando qua mi pensavo accanto a un popolo con cui potrei vivere senza paura. Invece oggi mi sento censurato,fermato, derubato. Perché sotto effetto di una certa legge di sicurezza.

Io sono Tungandén, l’avventuriero, ma sono anche Massa Sabari Sibiri, Rei “colui che perdona”, sono Moussa, Mohamed, Boubacar, Sadat, Stanley. Io sono Djiguiba, “figlio della speranza”. Io sono tanti.


 


 


 

 

¹ Testo nato dal confronto in seguito alla “visione” de “L’abisso” di davide Enia, visto al Teatro Biondo di Palermo il 16/11/2018

 

 

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