DIVERSE VISIONI BLOG

Laura ci ha scritto una lettera...


Laura ci ha scritto una lettera per raccontarci la sua visione di M’appelle Mohamed Ali / Chiamami Mohamed Ali e ne siamo molto felici. Ci ha dato il permesso di condividerla con voi:

«Ciao tutti,

volevo farvi tanti complimenti per il vostro bellissimo spettacolo. L’ho visto domenica sera e sono rimasta molto impressionata dal vostro lavoro, dalla densità d’energie, d’emozioni e di sguardi in quella sala di teatro e dallo spirito di compagnia e di squadra che avete trasmesso dal primo all’ultimo secondo, e qui includo anche la volta in cui siete venuti ad Arte Migrante per invitarci. Tra le tante cose che ci avete fatto capire in quella sera c’è il fatto che un buon lavoro di comunicazione, professionale, umile, entusiasta, sorridente e all’ascolto di tutti, è essenziale per la riuscita di un progetto del genere, anzi, può diventare il suolo fertile da cui cresce la proposta artistica e l’incontro tra essa e il pubblico.

Non possiamo che ringraziarvi per questo vostro invito a condividere i frutti del vostro lavoro!

È davvero impressionante cosa siete riuscire a fare e costruire in un tempo relativamente breve. Chi di teatro si occupa sa quante energie e quanti sforzi ci vogliono solo per creare un gruppo che si possa chiamare ‘compagnia’, per arrivare a quello spirito di fiducia, rispetto e mutua stima che serve prima di poter iniziare il lavoro nel senso più stretto del termine. L’attenzione condivisa tra di voi è quello che mi ha impressionato di più – durante lo spettacolo era molto presente e palpabile, si sentivano proprio i fili invisibili che vi collegano l’un* all’altr*. Questi fili formano una rete che vi protegge tutti, ma che rassicura anche il pubblico e gli offre la libertà di godersi a pieno il racconto, le immagini, i movimenti.

Lo spirito di collaborazione si traduce anche nelle varie dimensioni dello spettacolo. La musica collabora con le luci per ritmare il racconto, per mantenere o aumentare la tensione, per fornire punti di riferimento, risorse d’energie e respiro – sia all’attore che al pubblico. Gli oggetti in scena avevano una loro propria poesia, un equilibrio perfetto tra astrazione e concrezione, tra evocazione e equivoco. Mi piace la grande economia, quasi scarsità di oggetti ed elementi scenografici che tuttavia dà l’impressione di ricchezza, completezza, abbondanza di possibilità. Queste possibilità le avete poi esplorate quasi tutte, il gioco dell’attore mi sembrava proprio una ricerca virtuosa e gioiosa di quelle possibilità, dei vari legami fisici e di senso che si potevano creare tra corpi umani e corpi non-umani, tra materiali e idee. Diventare compagno degli oggetti, degli ambienti, dei flussi d’energia, rendersi disponibile, permeabile per quello che ci sta attorno - che grande lavoro d’attore, veramente. Ho visto un corpo virtuoso, forte e tuttavia aperto, vulnerabile, ma non debole, vulnerabile quanto si è quando a casa si apre la propria porta a qualcuno che viene da fuori.

Per quanto riguarda il legame attore – pubblico, personalmente mi hanno interessato più i momenti di complicità di quelli di marcata frontalità e opposizione. La mia, la nostra responsabilità la sentivo molto più forte nei momenti di gioco, di curiosità, di presa in giro, di provocazione amichevole che in quelli d’accusa o di ‘lezione’. Probabilmente ci devono stare entrambe le cose, non lo so, io, in ogni caso, ho una chiara preferenza. In quella complicità si è trovato per me il rivoluzionario nella vostra proposta, “le bout du tunnel” per così dire, l’elemento che porta al di là dei soliti schemi d’interpretazione imposti dai tanti ‘bianco e nero’ della ‘tradizione teatrale europea’: scena vs. pubblico, corpo vs. testo, senso vs. nonsenso ecc.. Porta anche di là degli stereotipi (d’espressione, d’immagine, di contenuti) che tanti progetti teatrali cosiddetti ‘sulla migrazione’ o ‘sul razzismo’ continuano a perpetuare. Penso che sia importante non smettere di incoraggiarsi a lasciare indietro le immagini ereditate, le idee che si ha ancora ‘del personaggio che piange’, ‘dell’attore che incarna il dolore’ ecc. ecc. Rendere presente il lutto, la gioia, la rabbia, la voglia di giocare, …, senza ‘giocarli’, ‘rappresentarli’, ‘mimetizzarli’ – non in tutti, ma in molti momenti dello spettacolo vi ho visti e sentiti fare esattamente questo.

All’interno del testo mi sono piaciute due cose in particolare. La prima sarebbe la presenza di più lingue, presentata allegramente come evidenza, naturalezza, ricchezza, punto di forza, risorsa di virtuosità. Imparare a non capire è una lezione importante che a teatro si può cercare di imparare. La traduzione è stata molto rispettosa di questo. La seconda cosa che mi è piaciuta particolarmente sono i momenti in cui si parla del teatro stesso, del lavoro d’attore, del pubblico, dell’atto di vedere ecc. Ovviamente è un po’ legata con la prima, visto che il teatro ha tante lingue, tutte diverse e tutte uguali. In questo senso la scelta del testo mi sembra molto riuscita, logica e giusta. Tuttavia mi incuriosisce sapere cosa fareste se non ci fosse un testo, o se non ci fosse solo un testo, o se non ci fosse un testo che va dall’inizio alla fine, o se il testo arrivasse allo stesso tempo che arrivano le altre cose, i movimenti, gli oggetti, le energie ecc.

Durante il vostro incontro (anch’esso super interessante!) sul ‘teatro africano’ da Booq, Moussa ha sottolineato quanto ‘il teatro africano’ ha a che fare con l’oralità, i racconti dei nonni, la piazza, le feste, i canti ecc. Penso che anche ‘il teatro europeo’ abbia una storia di questo genere, che a volte, p.es. quando si pensa a tutta la ricchezza di testi scritti per il teatro oppure a tutta la macchina che esiste per mantenere questa ricchezza (case editrici, scuole di scrittori o traduttori, festival di letteratura drammatica ecc.), si tende a dimenticare un po’.

Queste erano solo alcune delle tante riflessioni che mi avete regalato con il vostro grandiosissimo lavoro.

Quello che volevo dire era in realtà solo un semplice grazie»


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